Piazza Affari registra una crescita delle società a controllo familiare

Le aziende a gestione “familiare” di Piazza Affari crescono a quota 64%

Il rapporto Consob sulla Corporate governance 2017 presentato a Milano fornisce evidenza circa un aumento del numero delle società a controllo familiare, che vedono in Piazza Affari la Borsa perfetta per le Pmi. Non mancano tuttavia le criticità, che riguardano principalmente la difficoltà nell’adozione di criteri di trasparenza dei consiglieri.

Piazza Affari registra una crescita delle società a controllo familiare

Passa dal 61 al 64% il numero delle società italiane quotate di gestione familiare: questa la situazione fotografata dal rapporto Consob sulla Corporate Governance 2017 presentato a Milano il 12 febbraio 2018 da Giuseppe Vegas, che offre una fotografia aggiornata della struttura di governo delle imprese quotate in Borsa, vale a dire la parte più evoluta del nostro sistema produttivo.

Le società delle famiglie italiane “pesano” di più e diversi sono gli strumenti che incoraggiano tale crescita, come i Pir, i Piani individuali di risparmio introdotti con la Legge di Stabilità 2017, ovvero investimenti delle famiglie indirizzati al sostegno delle piccole e medie imprese che comportano l’azzeramento delle tasse sugli utili.

Altri strumenti vantaggiosi per le famiglie italiane sono il programma Elite, il programma di sviluppo di Borsa Italiana finalizzato a sostenere le imprese ad elevato potenziale di crescita agevolandone così l’accesso al mercato dei capitali, e le Spac, gli Special purpose acquisition vehicle, veicolo d’investimento finalizzato al raccoglimento di capitale di rischio da impiegare per l’acquisizione di una partecipazione rilevante in una società.

Tuttavia, nonostante gli incentivi che invogliano le famiglie italiane ad entrare nei listini, non mancano le criticità segnalate durante il convegno Consob, che riguardano principalmente la difficoltà nell’adozione di criteri di trasparenza dei consiglieri. Inoltre, l’incontro del 12 febbraio ha sottolineato il crescente coinvolgimento delle grandi società del Bel Paese nei temi della sostenibilità con l’istituzione di comitati appositi e dedicati.

Con un capitalismo così marcatamente familiare, non sorprende quindi che ai vertici delle società il 16 percento degli amministratori sia imparentato con l’azionista di controllo e in media la loro carriera in azienda non sia accompagnata da un titolo di studio adeguato (sono meno laureati degli amministratori non family).

Inoltre, emerge come il modello della public company, la società a proprietà diffusa, in Italia non sia riuscita a diffondersi. Sono soltanto 13 le quotate con questa caratteristica, pari al 24 per cento del mercato. C’è ancora una forte presenza della mano pubblica in Borsa: lo Stato (o l’ente locale) azionista pesa quantitativamente solo l’8 per cento del totale delle società quotate, con tuttavia una capitalizzazione che supera il 32 percento del totale. I veri protagonisti del listino restano quindi – in ogni caso – le famiglie imprenditoriali, le lobby più forti del paese, che rappresentano ancora la classe più numerosa delle società quotate. Sono titolari del controllo del 61 per cento delle aziende, pari al 30 per cento della capitalizzazione.

Il rapporto Consob fotografa la presenza crescente di un nuovo protagonista del capitalismo nostrano: l’investitore istituzionale straniero.  A fine 2014, 94 società (pari al 40 per cento del mercato) registravano la presenza come socio importante di un investitore istituzionale: ora però rispetto al passato è la nazionalità ad essere cambiata. Se nel 2011 gli investitori italiani erano 57, ora sono rimasti in 34, mentre gli stranieri sono cresciuti da 50 a 71 nello stesso periodo, trainati dalla crescita di venture capitalist, fondi sovrani, e private equity fund.

Il Rapporto documenta anche un trend nuovo, e cioè il declino del sistema delle società piramidali, come pure è in declino il mondo dei “patti”, ovvero quello degli accordi tra azionisti, tutti con piccole quote non decisive, che conferendole però in un “patto di sindacato” riescono a controllare importanti società finanziarie o imprese industriali.

Cresce, infine, la presenza delle donne nei board, che sono quindi arrivate a coprire più del 27 per cento dei posti disponibili negli organi di governance, con incarichi e ruoli esecutivi.

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