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Donne, lavoro e gender gap: la forbice della disparità si allarga

Le differenze tra uomini e donne in Italia sono ancora elevate tra assenza di quote femminili ai vertici delle aziende, lavori saltuari e stipendi medi annui disuguali

In Italia il divario di genere è tra i più elevati in Europa con una differenza notevole di salario all’ingresso nel mondo del lavoro.

Donne, lavoro e gender gap: la forbice della disparità si allarga

 

L’Italia non supera l’esame “retribuzioni”. Troppa la disparità di stipendio tra donne e uomini, come rivelato dal World Economic Forum (WEF), nel Global Gender Gap Report 2017. Il 2017 si è chiuso, infatti, con un brusco peggioramento del “gender gap” in Italia, che attesta il nostro paese all’82° posto su un totale di 144 nazioni prese in esame. Un’analisi che ha toccato diversi aspetti: educazione, salute, lavoro, aspettativa di vita e potere politico, e che mostra come il divario di genere italiano non solo continui ad allargarsi ma addirittura regredisca nel tempo.

In particolare, emerge che il differenziale uomo-donna sulla paga oraria lorda in Italia è fra i più bassi dell’Unione: il 5,3% contro la media europea del 16,2%. Numerose sono poi le donne che svolgono lavori part-time e non continuativi, con un monte-stipendio annuo sensibilmente basso. L’Osservatorio JobPricing rivela, inoltre, come solo il 25% dei profili manageriali siano occupati da figure femminili. I motivi di questa disparità di genere in Italia sono molteplici: ai vertici, dove gli stipendi sono più importanti, le donne sono meno numerose. Non mancano le ragioni sociologiche che affondano le loro radici nella cultura stessa del nostro paese dove “vige” un sistema che non agevola il rientro delle neomamme, con un forte problema di accesso alle posizioni di vertice per le donne, il cosiddetto “soffitto di cristallo”.   Molte donne si sentono così costrette a scegliere tra la realizzazione nell’ambito familiare e la prosecuzione della carriera, percependo il rischio di discriminazioni implicite o esplicite legate alla maternità. Nessun ostacolo si frappone, invece, alle carriere maschili in caso di paternità. Una realtà che si traduce dunque in un numero minore di donne dirigenti e quindi, a parità di ruoli, in un forte sbilanciamento salariale verso i maschi.

Una spinta in avanti è stata data dalla legge Golfo-Mosca, che ha contribuito a portare a 33,5% la percentuale femminile dei membri dei CdA delle società italiane quotate. Ottimiste sembrano – in realtà – le previsioni per il futuro: rispetto alle trasformazioni del mondo del lavoro e alle dinamiche sociali ed economiche che lo influenzano, le grandi aziende non sembrano guardare tanto al genere del manager che hanno davanti, piuttosto alle sue competenze. Sono molti, infatti, i motivi i per i quali il divario retributivo di genere andrebbe colmato. Innanzitutto, per dare vita ad una società economica regolare, che riduce il livello di povertà delle donne. In secondo luogo, le aziende ci guadagnerebbero perché avrebbero una scelta più ampia nel proprio organico e si creerebbe una sana concorrenza che motiverebbe i propri dipendenti a lavorare meglio e di più.

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